20 novembre 2014 - Global Administrator - 0 commenti

Fenomenologia di un logo

Fenomenologia di un logo

Quando mi è stato chiesto un restyling del logo aziendale inizialmente
ho avvertito una sottile ma angosciosa sensazione di abbandono.
Ma come?? Io che non riesco a buttate nemmeno una vecchia rivista come posso rottamare un figliolo?

Lo so, lo so… è una contraddizione…
Lavoro in un contesto tecnologico perennemente proiettato verso il futuro dove non c’è spazio tantomeno tempo per questo sentimentalismo nostalgico…
 
Adesso però non ricominciare con il solito pippone sulla necessaria e inevitabile contaminazione del passato sul presente, sul potere evocativo dell’immaginario collettivo sulla asettica neutralità del mondo tecnologico…

No, no… (colpo di tosse)
Con tutto l’affetto che si può provare per un proprio figlio, riconoscevo onestamente una certa debolezza.
Stabilito che l’ossatura da portarsi dietro potesse essere quella del colore (arancione e grigio) e dell’elemento della chela, mi si chiedeva una maggiore forza e incisività. Si inseguiva una certa pulizia e leggibilità per un maggiore equilibrio tra la componente iconografica e testuale. Lo slancio creativo era tuttavia vincolato dalla comprensibile richiesta di mantenere una salda e riconoscibile continuità estetica con il vecchio logo.
Per assecondare tutte queste richieste era necessario recuperare la solidità della geometria. (…eccola che ricomincia…) Ma se le forme geometriche sono un importante strumento a disposizione del graphic designer poiché racchiudono al loro interno significati e mezzi narrativi utili per comunicare in modo efficace e persuasivo, è tuttavia altrettanto complicato utilizzarle senza avere la sensazione e il timore di cascare nella convenzionalità e di mancare di originalità.
 
Ritorno alla geometria del CERCHIO
Il cerchio, che per la sua naturalezza e semplicità è una delle prime figure disegnate dai bambini, possiede al contrario una complessità simbolica e una molteplicità metaforica che spazia dal concetto di ciclicità del tempo, di movimento e quindi di infinito e di eternità all’ idea di chiusura e di compiutezza. Grazie all’assenza di opposizioni, come l’alto e il basso, traduce l’indifferenziato in un’uguaglianza. È inoltre il simbolo dello spirito e dell’immaterialità dell’anima.
È il luogo sacro dove si concentrano tutte le energie materiali e spirituali della creazione.

“Se il quadrato risulta legato all’uomo e alle sue costruzioni: all’architettura, alle strutture armoniche, alla scrittura ecc., il cerchio ha relazioni divine. Un cerchio ha rappresentato e rappresenta ancora l’eternità, non avendo principio né fine”
(Bruno Munari).

Volevo quindi che l’ellissi formata dalle due chele del vecchio logo recuperasse la perfezione e la simbologia semantica del cerchio.
Così con uno spirito un po’ michelangiolesco cercavo già all’interno del mio cerchio una figura solida e compiuta. Una concretezza che si avvalesse del potere magnetico tipico di questa” linea organica” di attirare l’occhio dell’osservatore per sfruttare la sua efficacia nell’enfatizzare concetti primordiali.
Cercavo inoltre una sintesi assoluta dove l’icona fosse sia immagine (appunto la chela) che testo (la lettera “e” di elogic) ma desideravo che la circolarità rimanesse presente anche nel momento in cui l’icona veniva spogliata della geometria del cerchio e che svelata nelle chele mantenesse idealmente la forma che originariamente la custodiva.

L’eclissi
L’idea si è concretizzata come un’autentica eclissi che spezzandosi generava le due chele tanto rincorse. Il carattere che potrebbe assomigliare ad un Century Gothic in realtà è stato totalmente ridisegnato per riprendere nel testo quella rotondità che mi serviva a dare ritmo all’immagine.  Era necessario inoltre per dare omogeneità alla composizione riprendere la configurazione dell’apertura, non intesa come incompiutezza ma come flusso, mutazione ed evoluzione. Così la “G” e la “C” custodiscono questa apparente mutilazione che apre alla dinamicità e al movimento dell’indefinito.
Quale migliore immagine si prestava a rappresentare la fluidità dell’evoluzione informatica di una web agency che si muove nell’immaterialità del digitale?
 
 
Libri citati:
Arte come mestiere” di Bruno Munari, 1966
“Il cerchio” di Bruno Munari 1964
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